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RIPARTIZIONE DEL TFR TRA CONIUGE SUPERSTITE E CONIUGE DIVORZIATO

 

Con la complessa decisione, n. 21247 la Corte di Cassazione detta i principi da seguire per l'attribuzione del Tfr nel caso di un coniuge superstite e di un ex coniuge titolare di assegno.

Come di consueto partiamo con l’esporre brevemente la questione di fatto. Il coniuge superstite, in proprio e in veste di esercente la responsabilità sulla figlia minore, proponeva ricorso per Cassazione avverso il provvedimento emesso dalla Corte di Appello di Potenza contro il coniuge divorziato del defunto e contro i due figli di questi ultimi. 

Il ricorrente (ultimo partner del defunto) lamentava che il Giudice di secondo grado non aveva tenuto conto né degli anni di convivenza   né degli anni di matrimonio (relativi all’ultimo rapporto sentimentale del defunto), nell’attribuire al coniuge divorziato la quota di trattamento di fine rapporto.

La Suprema Corte accoglie i motivi di gravame della ricorrente e nel farlo enuncia alcuni principi di diritto. “Il meccanismo di computo della quota di indennità cui ha diritto il coniuge divorziato prevede la previa ripartizione della indennità tra il coniuge superstite e i figli (e/o altri superstiti) del lavoratore deceduto e, successivamente, la sub-ripartizione della quota spettante al coniuge superstite con il coniuge divorziato, senza prescindere dal criterio legale della durata del matrimonio”.

Nel caso di specie, il trattamento di fine rapporto andava suddiviso in parti uguali tra il coniuge superstite e i tre figli del lavoratore deceduto, poiché la Corte di Appello aveva stabilito che lo stato di bisogno di ognuno dei soggetti concorrenti risultava sostanzialmente sovrapponibile.

Sulla quota spettante alla moglie superstite andava calcolata quella da attribuirsi al coniuge divorziato, "in ragione del criterio legale della durata del matrimonio" e degli altri pure individuati dalla giurisprudenza e, tra questi, anche quello della convivenza, purché se ne accerti la sua stabilità ed effettività.   

La Corte territoriale non aveva ben applicato i principi sopra richiamati, avendo dapprima assegnato il 40% dell'intero al coniuge divorziato, calcolato con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro era coinciso con il matrimonio e avendo, poi, suddiviso la somma restante tra il coniuge superstite e i figli secondo Io stato di bisogno di ciascuno di loro. Inoltre, nella determinazione della quota spettante al superstite aveva tenuto conto solo della durata del matrimonio e non anche della convivenza, (iniziata dopo la separazione) ritenendo che la stessa non implicasse il totale venire meno della comunione di vita tra i coniugi. “La ripartizione del trattamento di fine rapporto tra coniuge superstite e coniuge divorziato, entrambi aventi i requisiti per la relativa pensione, va effettuata ai sensi dell'art. 9, comma 3, della legge n. 898/1970, oltre che sulla base del criterio legale della durata dei matrimoni anche ponderando ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell'istituto e tra questi tenendo conto della durata della convivenza, ove il coniuge interessato alleghi e provi la stabilità e l'effettività della comunione di vita precedente al proprio matrimonio con il de cuius”.

Avvocato Raffaella Alcaro

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